I SACCHETTI DI CARTA BIODEGRADABILE: SCOPERTA GENIALE O INVESTIMENTO INUTILE?
Le problematiche ambientali legate all’eccessivo utilizzo della plastica sono oramai ben note in tutto il mondo da diversi anni.
La plastica ha invaso l’intero pianeta con effetti devastanti in tutti gli ambienti naturali in modo particolare nel mare; tutto ciò ha determinato una presa di coscienza prima da parte delle associazioni sensibili a queste problematiche e poi delle varie istituzioni a livello mondiale.
Una delle iniziative adottate in Italia è stata quella di recepire una Direttiva varata dalla Comunità Europea, la n. 775/2015, che sanciva il divieto di distribuire buste di plastica nei supermercati e, in sostituzione, di introdurre l’utilizzo del sacchetto biodegradabile.
Questa decisione ha determinato una sensibile riduzione della quantità di plastica in circolazione, anche se il quantitativo, ad oggi, risulta essere ancora altissimo.
Dal 2018 quindi il nostro Paese, che era già sotto procedura di infrazione, si è allineato al resto degli Stati europei, non però senza critiche da parte dei consumatori i quali si sono trovati a dover pagare non solo le buste con le quali trasportare la spesa ma anche i singoli sacchetti contenenti frutta e verdura.
IL SACCHETTO BIO: UNA GRANDE INVENZIONE!
Possiamo però dire che il sacchetto biodegradabile è stato una grande invenzione perché, sempre a favore della salvaguardia ambientale, non solo riduce la plastica in circolazione ma, essendo composto di materiale biodegradabile può essere validamente utilizzato in casa per la raccolta differenziata dei rifiuti organici; questi, infatti, possono essere conferiti nel circuito dei rifiuti urbani solo con un sacco biodegradabile che non alteri la purezza del rifiuto, rendendolo riciclabile.
Comunque, anche se il sacchetto finisse in circuiti diversi, come per esempio in discarica o al’interno di un inceneritore, l’impatto ambientale sarebbe comunque molto ridotto sia in termini di rilascio di sostanze che per le immissioni in atmosfera.
UN PO’ DI STORIA
Il primo sacchetto biodegradabile è stato inventato da un ingegnere svedese nel 1965.
Inizialmente, il suo utilizzo era limitato ad alcune catene di supermercati, successivamente il suo impiego divenne sempre più ampio a livello mondiale, partendo dagli Stati Uniti che fin dal 2011 riconobbero la plastica come minaccia all’intero ecosistema.
Successivamente gli studi si concentrarono sulla composizione del materiale di cui era fatto il sacchetto; per questo furono sperimentate “plastiche” ottenute dall’amido di grano, di patate e, infine, quelli in mater-bi con amido di mais e brevettati dall’azienda Novamont.
Il sacchetto biodegradabile, dopo l’effetto iniziale, ha oggi un’ampia diffusione tanto che trova il suo impiego in moltissimi altri settori, molti altri oggetti di uso quotidiano, come piatti e bicchieri, sono prodotti in questo materiale.
TIPOLOGIE DI SACCHETTI BIODEGRADABILI
Abbiamo parlato della busta del supermercato e questa costituisce una prima tipologia di sacco dotato di manici per il trasporto. Nell’uso quotidiano un’altra tipologia, come abbiamo visto, è quella studiata per contenere i rifiuti biodegradabili e non.
Il sacchetto in questo caso avrà un laccio di chiusura che, una volta tirato, andrà a chiudere il contenitore evitando spiacevoli fuoriuscite dei rifiuti.
Ancora, un’altra tipologia di busta è quella destinata al contenimento degli alimenti che, una volta inseriti, viene sigillata.
Infine nell’ambito medico è ampio l’utilizzo di sacchi per il contenimento di rifiuti organici come plasma o qualsiasi altro materiale biologico.

Comments are closed.